Crescere insieme: perché nessuno impara a stare al mondo da solo

Nella nostra cultura l’idea di crescita è spesso associata a un’immagine precisa: diventare forti, autonomi, capaci di reggere tutto senza chiedere aiuto. Questa visione attraversa l’educazione, il lavoro, la genitorialità e spesso diventa una richiesta implicita anche verso i figli: devi imparare a cavartela da solo.

Ma crescere non significa questo.
La mia posizione nasce da anni di lavoro con persone e famiglie a cui mi sono accostata, e dall’esperienza maturata nelle relazioni di cura.

“Crescere significa imparare di cosa abbiamo bisogno e da chi possiamo riceverlo.”

La vera forza: riconoscere ciò che accade dentro

La maturità emotiva non nasce dalla negazione delle emozioni, ma dalla capacità di riconoscerle. Saper dire “sono in difficoltà”, “sono sopraffatto”, “mi sento confuso” non è un segno di fragilità, ma di contatto con sé.

Diventare adulti, per un genitore come per un figlio, significa sviluppare uno sguardo interno sufficientemente chiaro da cogliere ciò che si muove dentro prima che esploda o si spenga. È questo che permette di restare nelle emozioni senza esserne travolti.

Quando questa competenza manca, l’unica alternativa sembra essere resistere, controllare, irrigidirsi. Ma il prezzo è alto: isolamento, fatica relazionale, senso di inadeguatezza.

Un equivoco molto diffuso è pensare che l’autonomia si costruisca separandosi dai legami. In realtà, tutte le ricerche sullo sviluppo umano mostrano il contrario: l’autonomia nasce dentro relazioni sufficientemente sicure.

È nella relazione che impariamo:

  • a regolare gli stati emotivi,
  • a tollerare la frustrazione,
  • a fidarci senza perderci,
  • a restare presenti anche nel cambiamento.

Nessuno diventa capace di stare nel mondo da solo. L’autonomia nasce nella relazione, non contro la relazione: Educare (e crescere) nella vita contemporanea non equivale ad avere una corazza più spessa, ciò che rende una persona stabile non è la durezza, ma la regolazione. E la regolazione si impara nell’incontro con un altro che sa restare, rispecchiare, contenere.


Per i genitori questo significa spostare lo sguardo: non tanto su come rendere i figli adulti, ma su che tipo di relazione stiamo offrendo come spazio di crescita.

Crescere significa, per un figlio come per un adulto, costruire un senso di continuità interna anche quando tutto cambia quindi, non significa solo acquisire competenze o autonomia.

Significa costruire un senso di continuità del Sé: la percezione profonda di rimanere me stesso mentre cambio, mentre attraversò fasi diverse della vita, mentre le relazioni si trasformano, è quella sensazione interna che ci permette di attraversare i momenti difficili senza perdere completamente il senso di chi siamo.

Permette di dire, anche nella confusione o nel dolore: sto facendo fatica, ma resto me. Questa continuità tiene insieme la nostra storia, quando manca, ogni cambiamento può essere vissuto come una rottura: come se qualcosa di fondamentale andasse perduto o fosse in pericolo.

Avere continuità interna significa sentire che la propria identità non si dissolve di fronte alle emozioni intense o agli eventi della vita. Non è immobilità, ma un filo che resta, anche mentre tutto intorno si trasforma.

In questo processo entra in gioco anche il modo in cui viviamo le nostre emozioni.

Essere in sintonia con ciò che sentiamo – in psicologia si direbbe “egosintonici” – significa riconoscere le emozioni come parte di noi, anche quando sono scomode, faticose o dolorose.

Non vuol dire apprezzarle o lasciarsi travolgere, ma poterle guardare senza viverle come qualcosa di estraneo o sbagliato.

Quando un’emozione trova posto dentro di noi, possiamo dirle interiormente:

ti vedo, capisco che parli di me, ma io so chi sono, so cosa voglio e cosa non voglio.

Quando invece un’emozione non viene riconosciuta come parte della propria esperienza, tende a essere respinta, negata o agita in modo confuso. È come se non avesse un luogo in cui stare, e allora cerca di farsi spazio in modi più dolorosi. La capacità di accogliere ciò che sentiamo non nasce spontaneamente: si costruisce nel tempo, grazie a relazioni in cui qualcuno ha saputo stare accanto alle nostre emozioni senza spaventarsi, senza giudicarle e senza ridurle a un problema da eliminare.

Durante la crescita questo bisogno, la sensazione che esista una continuità che li tiene insieme mentre cambiano, è dirompente.

Adolescente rimane alla costante ricerca di un adulto che continui a rimandare loro un’immagine riconoscibile di sé, aspetti centrali che non cambiano. Spesso questa ricerca non si esprime in modo diretto. Può passare attraverso il conflitto, la distanza, l’opposizione. Ma sotto queste forme c’è una domanda profonda:

“dimmi che non mi perdo mentre cambio, dimmi che resto me stesso, dimmi che non sono solo”.

In questo senso, i genitori diventano punti di riferimento identitari. Le relazioni che danno continuità e centratura sono quelle in cui ci sentiamo presenti a noi anche nei momenti di disorganizzazione, in cui riescono a tenere insieme le parti di noi quando noi facciamo fatica a farlo.

La centratura non nasce dall’isolamento né dall’autosufficienza.
Nasce dalla possibilità di tornare a una relazione che ci ricorda chi siamo. È da lì che diventa possibile crescere senza frammentarsi, cambiare senza perdersi e andare avanti sapendo di non doverlo fare da soli.

POST INFO
POST RECENTI

Info & contatti

Per richiedere maggiori info sui nostri servizi, clicca su uno dei pulsanti sottostanti e contattaci.

Clicca e scrivici

segreteria@genitoriok.it

Clicca e chiamaci

+39 339 714 6016
© 2026 Pedagogika Coop Soc. A.R.L Onlus

P. IVA 03850420249