
Essere genitori oggi significa accompagnare figli che crescono in un mondo veloce, complesso, spesso imprevedibile.
È normale sentirsi pieni di domande:
Come posso proteggerlo?
Come posso renderlo forte?
Come faccio a non sbagliare?
Dietro queste domande c’è un bisogno profondo di sicurezza, per loro e per noi.
Le neuroscienze affettive ci offrono una risposta chiave, spesso controintuitiva: la sicurezza non nasce dall’eliminare le difficoltà, ma dal modo in cui un figlio viene accompagnato mentre le attraversa.
“Tenere nella mente la mente” significa guardare nostro figlio non solo per ciò che fa, ma per ciò che vive dentro.
Rabbia, provocazioni, pianto o chiusura non sono solo comportamenti: sono modi per comunicare uno stato interno.
La vera domanda allora non è “come lo faccio smettere?”, ma: Cosa sta sentendo in questo momento? Quale bisogno sta esprimendo qui e ora? Il suo sistema emotivo è troppo attivato o troppo spento?
Tenere nella mente la mente del figlio significa restare presenti a queste domande, anche quando è faticoso.
“La sicurezza non è calma: è regolazione”
Secondo la teoria polivagale di Stephen Porges, il sistema nervoso valuta continuamente se l’ambiente è sicuro o minaccioso.
Un ragazzo si sente al sicuro quando percepisce: uno sguardo che lo vede, una voce che non giudica, un adulto che regge l’emozione senza spaventarsi.
In questi momenti il corpo può rilassarsi e la mente può imparare.
Quando invece l’adulto è troppo reattivo, distante o spaventato dalle emozioni, il sistema nervoso entra in allarme. Ed è da lì che nascono crisi, opposizioni e chiusure.
È una convinzione molto diffusa, soprattutto nell’adolescenza. In realtà è l’opposto.
“Tutti impariamo a regolarci attraverso la co-regolazione”
L’adolescenza non è il tempo dell’autosufficienza emotiva. È una fase di grande intensità interna, in cui le emozioni corrono più veloci della capacità di contenerle.
Prima che un ragazzo possa calmarsi davvero da solo, ha ancora bisogno che qualcuno sappia restare con lui mentre l’emozione passa.
Calmare un adolescente con lui non significa proteggerlo da tutto né risolvere i problemi al posto suo.
Significa esserci, mantenere una presenza stabile quando dentro sembra muoversi tutto troppo velocemente.
È questa esperienza, ripetuta nel tempo, che costruisce la capacità di autoregolarsi.
Non serve essere perfetti. Serve essere sufficientemente presenti.
In questa fase della crescita, il compito dell’adulto è forse uno dei più difficili:
Restare quando il ragazzo è scontroso. Quando rifiuta il dialogo. Quando sbaglia o si allontana.
È in questa presenza imperfetta ma affidabile che l’adolescente impara qualcosa di fondamentale: le emozioni sono emozioni, possono essere attraversate, non sono pericolose. Non definiscono chi siamo.
Poco alla volta, ciò che prima aveva bisogno dell’altro per essere regolato diventa una competenza interna.
La mente di un adolescente capace di affrontare il mondo, la società e la vita si costruisce nella relazione con la mente di un adulto disponibile.
Ed è proprio questa presenza – autentica, non perfetta – il regalo più grande che possiamo offrire ai nostri figli nel mondo di oggi.

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